La privacy e la videosorveglianza: un problema aperto

Ogni installazione di telecamere di videosorveglianza in luoghi, aperti o chiusi, come strade, piazze, negozi, centri commerciali, uffici, aziende, è sottoposta a regolamenti ai quali attenersi se non si vuole ledere il diritto alla privacy dei cittadini e incorrere in sanzioni penali. Il GDPR, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Europea il 4 maggio 2016 e divenuto operativo a partire dal 25 maggio 2018, si occupa di trattamento dei dati personali e di privacy. 

Specificatamente non tratta gli aspetti relativi alla privacy legati alla videosorveglianza. Entra nel merito con una sezione dedicata all’utilizzo delle telecamere intelligenti, cioè quelle dotate di software di video analisi in grado di analizzare i comportamenti dei soggetti inquadrati e di identificarne le caratteristiche fisiche, e lo fa sempre in riferimento al trattamento dei dati rilevati.

La disciplina attuale italiana per quanto riguarda la videosorveglianza fa riferimento al Provvedimento del Garante della Privacy del 2010.

Che cosa significa in sostanza? Che quanto contenuto nel GDPR in materia di videosorveglianza va applicato alla luce di quanto indicato nel Provvedimento del Garante della Privacy del 2010.

Sono due gli adempimenti previsti dal Provvedimento del Garante:

  • L’area inquadrata dalla telecamera (quello che la telecamera “vede” dal punto esatto in cui è installata),
  • l’informativa sulla privacy mediante il cartello “Area videosorvegliata”.

Quando l’impianto di videosorveglianza controlla un punto preciso di un’aera delimitata quale, ad esempio, può essere l’ingresso di un negozio, la telecamera deve inquadrare solo le porzioni della proprietà. L’esempio classico è quello del piccolo esercizio commerciale al quale viene contestato il fatto che la telecamera, oltre all’entrata, inquadra anche porzioni di strada, riprendendo tutti indistintamente, non solo coloro che entrano nel locale. Il Provvedimento su questo punto è molto chiarol’inquadratura può spingersi fino all’area del marciapiede prossima al bordo del negozio e non oltre, in modo che non siano identificabili i passanti. Questo è il primo adempimento previsto.

l secondo adempimento riguarda il cartello che informa sul fatto che l’area in cui ci si trova è videosorvegliata. Il cartello equivale a un’informativa breve sulla privacy e va posto prima che si entri all’interno della zona soggetta a riprese video.

Un cartello che informa in ritardo, non mette il pubblico nelle condizioni di scegliere se dare il proprio consenso oppure negarlo, vale a dire se farsi riprendere oppure evitare di mettere piede nella data area.

Importante è anche la sua visibilità in ogni condizione di luce. 

Un’informativa sulla privacy non tempestiva oppure poco visibile a causa del formato del cartello o per il suo posizionamento, espone al rischio di segnalazioni al Garante, con conseguenti sanzioni penali.

Il cartello va compilato: innanzitutto deve contenere il nome del titolare del trattamento delle immagini (ragione sociale dell’azienda o nome del proprietario del negozio, ad esempio) e i suoi dati di contatto. Il titolare è colui il quale definisce i mezzi e le finalità dell’impianto di videosorveglianza installato.

Il cartello deve anche contenere il nome del responsabile del trattamento delle immagini, vale a dire chi riceve e visiona le immagini riprese, ovvero una società esterna che funge da supporto e che tratta i dati per conto del titolare.

Inoltre, se un dipendente dell’azienda titolare visiona le immagini, deve essere autorizzato tramite apposita nomina e deve ricevere una formazione adeguata.

La formazione deve fornire i principi generali relativi al trattamento dei dati e le basi su come trattare le immagini, sui loro tempi di conservazione e su come cancellarle definitivamente.

Relativamente ai tempi di conservazione, il Provvedimento prevede 24 ore estendibili a 48. Ma, per alcune attività come quelle degli Istituti bancari, ad esempio, i tempi si allungano a sette giorni. Se si necessita di un prolungamento, si deve sempre interpellare il Garante della Privacy.


Normativa per telecamere intelligenti

Il GDPR si pronuncia sugli aspetti legati alla privacy relativi all’utilizzo delle telecamere intelligenti. Cosa è una “telecamera intelligente”? È un dispositivo evoluto di ripresa video, dotato di Intelligenza Artificiale a bordo, in grado di analizzare, rilevare e identificare caratteristiche fisiche e comportamenti dei soggetti ripresi.

Tra le funzioni più interessanti delle telecamere intelligenti, troviamo il riconoscimento facciale, la capacità di seguire il tragitto delle persone in movimento (rilevando come “evento anomalo” l’eventuale sconfinamento in un’area delimitata) e il riconoscimento di suoni e rumori.

Che cosa prevede il GDPR per questa tipologia di telecamere di videosorveglianza? Innanzitutto, restano validi i due adempimenti previsti dal Provvedimento del Garante della Privacy del 2010 sull’area inquadrata dalla telecamera e sull’informativa sulla privacy mediante il cartello “Area videosorvegliata”.


Telecamere con riconoscimento facciale

Nel caso di telecamera con riconoscimento facciale a bordo, la ripresa e l’analisi dei tratti del viso sono processi specificatamente automatizzati.

Il trattamento dei dati è, dunque, automatizzato, vale a dire che, una volta attivato, non è soggetto ad alcun intervento umano che possa impedirlo o modificarlo. Questo cosa presuppone? Le persone che transitano in un luogo soggetto a videosorveglianza con riconoscimento facciale, va preventivamente avvisato.

Ma, ancora prima di render operativo un sistema video con face detection a bordo – o, comunque, qualsiasi sistema di videosorveglianza per mezzo di telecamere intelligenti – esiste l’obbligo, da parte del titolare del trattamento delle immagini (colui che definisce i mezzi e le finalità dell’impianto di videosorveglianza installato), della valutazione di impatto sulla protezione dei dati (D.P.I.A.- Data Protection Impact Assessment), ai sensi dell’art. 35 del GDPR.


Telecamera termica per la sorveglianza

Quando si parla di videosorveglianza, ci si può riferire anche a una tipologia di sistema che includa la tecnologia termografica. Questa soluzione si basa sull’acquisizione di immagini all’infrarosso mediante l’utilizzo di una termocamera in grado di rilevare le temperature dei corpi attraverso la misurazione dell’intensità di radiazione infrarossa emessa.

Essendo in grado di rilevare le radiazioni infrarosse emesse dai corpi e di creare immagini basate sul calore irradiato da qualsiasi oggetto, veicolo o persona, le telecamere termiche “vedono” anche al buio o in presenza di condizioni ambientali difficili, come fumo o nebbia, e rappresentano quindi un ottimo strumento di sorveglianza.

Identificare, però, non significa, vedere. Per fare questo, è necessario un sistema di analisi video a bordo della telecamera termica che, a cento metri, possa non solo cogliere un corpo in movimento ma anche dare prova delle immagini tramite dati video. Una soluzione particolarmente indicata quando si ha l’esigenza di videosorvegliare luoghi isolati e non illuminati o situazioni di difficoltà.

Con la pandemia da coronavirus, l’uso delle termocamere si è diffuso in modo particolare come soluzione di prevenzione al contagio. Le telecamere termiche sono infatti in grado di rilevare la temperatura corporea a distanza, senza alcun contatto con la persona.
Oggi esistono in commercio dispositivi evoluti e modelli in grado di rilevare la temperatura corporea anche con un rapido passaggio e a una distanza di tre
metri o modelli “intelligenti” che usano il Deep Learning e l’Intelligenza Artificiale.


Telecamere nei luoghi di lavoro: che cosa prevede la normativa

L’installazione di telecamere di videosorveglianza nei luoghi di lavoro è regolata dall’articolo 4 della Legge n. 300 del 20 maggio 1970 – nota come Statuto dei Lavoratori – modificato dall’articolo 23 del Decreto Legislativo del 14 settembre 2015 n. 151, attuativo del Jobs Act.

È stato, dunque, il Jobs Act ad attuare il cambiamento, intervenendo su una normativa ormai cristallizzata, che non teneva conto di un mercato video in pieno sviluppo e delle innovazioni tecnologiche che hanno marcato la sua evoluzione.

Alla luce delle modifiche apportate nel 2015, oggi, lo Statuto dei Lavoratori consente l’utilizzo di dispositivi per il controllo a distanza dei lavoratori solo ed esclusivamente per “esigenze organizzativo-produttive, per la sicurezza sul lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale”. Ma, in linea con le indicazioni del Garante della Privacy, vieta tassativamente la videosorveglianza professionale al solo scopo di controllare il lavoro e i comportamenti dei dipendenti.


Le autorizzazioni e l’informativa ai lavoratori

Lo Statuto dei Lavoratori impone che, prima di installare sistemi di videosorveglianza nei luoghi di lavoro, il datore stipuli un accordo collettivo con i rappresentanti sindacali oppure, laddove questi non siano presenti o in caso di mancato accordo, chieda esplicita autorizzazione all’Ispettorato Territoriale del Lavoro.

Ma non è tutto. Per potere utilizzare lecitamente gli strumenti di videocontrollo, i dipendenti devono essere sempre correttamente informati.

Il GDPR – General Data Protection Regulation, regolamento dell’UE in materia di trattamento dei dati personali e privacy, entrato in vigore il 25 maggio 2018 in tutta l’Unione, è molto chiaro su questo punto: fra gli obblighi del datore di lavoro, c’è quello di fornire ai suoi dipendenti un’adeguata informativa sul trattamento dei dati video, prima ancora che le telecamere vengano installate e che possano, quindi, riprenderli, anche solo “potenzialmente”.

Che cosa significa? Che, senza una corretta informativa al dipendente, nei luoghi di lavoro non è consentita nemmeno la presenza di telecamere spente.


Cosa va specificato nell’informativa

Il lavoratore deve innanzitutto essere messo al corrente circa la presenza di telecamere e gli accordi preventivi con i sindacati o con l’Ispettorato Territoriale del Lavoro.

Ma, fondamentale è, nell’informativa, fornire esatta comunicazione riguardo al trattamento dei dati video e alle tempistiche di conservazione delle immagini registrate.

Più in particolare, il datore deve nominare per iscritto – e comunicarne i nomi – i responsabili e gli incaricati del trattamento delle immagini, vale a dire chi potrà intervenire sull’utilizzo delle telecamere e chi visionerà le immagini, le conserverà e le cancellerà al momento opportuno.

Nominate queste figure, è rigorosamente vietato l’accesso di altri soggetti alle immagini, salvo che si tratti delle Forze dell’Ordine.

Le immagini registrate vanno conservate per non più di 24 ore, estendibili a sette giorni previa autorizzazione dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro e del Garante della Privacy.

È possibile conservarle per tempi molto più lunghi, solo nel caso in cui si siano verificati illeciti in azienda o dove vi siano indagini in corso da parte delle autorità giudiziarie.


Gli obblighi del datore di lavoro

Autorizzazioni e informativa a parte, il datore di lavoro ha l’obbligo di esporre il cartello “Area videosorvegliata” all’ingresso dell’azienda o comunque prima di accedere ai locali in cui siano presenti telecamere di videosorveglianza.

Tra gli altri obblighi, ricordiamo l’inquadratura delle sole aree ritenute a rischio (per esigenze organizzativo-produttive, sicurezza sul lavoro o tutela del patrimonio aziendale), rispettando sempre la riservatezza dei lavoratori.

I dati video raccolti per ragioni organizzativo-produttive, la sicurezza sul lavoro o la tutela del patrimonio aziendale, non possono essere utilizzati per finalità diverse – fatte salve eventuali esigenze da parte delle autorità giudiziarie – né possono essere diffusi o comunicati a terzi.

Le telecamere, inoltre, non possono riprendere luoghi riservati esclusivamente ai dipendenti quali servizi e/o spogliatoi.


Quando il dipendente può fare causa al datore?

Qualora si verifichino determinate condizioni, il dipendente può contestare – o addirittura citare in giudizio – il suo datore di lavoro.

Una prima condizione si ha quando il lavoratore non viene correttamente informato della presenza di impianti video in azienda: in questo caso, può ricorrere a una contestazione attraverso il sindacato.

La causa legale vera e propria è, invece, perseguibile solo quando il datore agisce con provvedimenti gravi nei confronti del dipendente sulla base delle immagini registrate, dimostrando, così, di essersi servito della videosorveglianza per controllarlo nelle sue mansioni, nei suoi comportamenti.

A quel punto, il lavoratore sospeso o licenziato, ha la possibilità di impugnare il provvedimento di fronte a un giudice.

Ricordiamo che il datore che viola la disciplina prevista dallo Statuto dei Lavoratori e dal Garante privacy rischia il pagamento di un’ammenda o l’arresto, ai sensi dell’art.38 della Legge n. 300/1970.


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