La App Immuni

L’App si basa, secondo la descrizione del Garante, sulla generazione casuale, mediante algoritmi crittografici, di una chiave temporanea di 128 bit denominata TEK (Temporary Exposure Key), la quale varia con frequenza giornaliera. A partire da ogni TEK, ogni 10 minuti, viene generato un identificativo di prossimità del dispositivo mobile (composto da 128 bit), denominato RPI (Rolling Proximity Identifier). Dunque le chiavi di funzionamento di IMMUNI si basano su TEK e RPI.

Da ogni TEK possono essere generati 144 RPI, ed è una operazione non reversibile, nel senso che dal RPI non è possibile risalire alla TEK da cui è stato generato, come avviene con gli Hash Crittografici.

Tali RPI vengono diffusi via Bluetooth producendo in caso di “sufficiente prossimità”, uno scambio reciproco di RPI.

Nel caso in cui un soggetto che ha scaricato l’app Immuni risulti positivo ad un tampone, l’operatore chiederà allo stesso se voglia rendere disponibili le proprie TEK al fine di allertare del rischio di contagio gli utenti con cui è entrato in contatto stretto nei giorni precedenti la diagnosi o la manifestazione dei sintomi.
Qualora il paziente voglia procedere in tal senso, e quindi non vi è alcuna imposizione, come i complottisti e "le volpi" gridano a gran voce,l’operatore sanitario richiede allo stesso di aprire l’app e di utilizzare la funzione di generazione del codice OTP (One Time Password) composto da 10 caratteri.
Il paziente comunica tale codice OTP all’operatore sanitario e attende l’autorizzazione per effettuare il caricamento (upload) delle proprie TEK generate negli ultimi 14 giorni (operazione che potrà svolgere entro 2 minuti e 30 secondi dall’autorizzazione).

Le TEK vengono quindi “pubblicate” sul server dell’app Immuni e potranno essere scaricate dai vari utenti (il backend di Immuni genera periodicamente, a un intervallo regolare di 30 minuti, un file, firmato digitalmente, contenente l’insieme delle TEK (TEK Chunk) dei nuovi soggetti risultati positivi, file che viene automaticamente cancellato trascorsi 14 giorni dalla sua generazione).

L’app installata sui singoli dispositivi degli utenti verifica periodicamente (ogni 4 ore circa, ma anche con frequenza maggiore qualora il dispositivo mobile sia connesso al proprio alimentatore elettrico) la presenza di aggiornamenti, memorizzando nel dispositivo gli eventuali nuovi file contenenti le TEK pubblicate.
Con le TEK scaricate, l’app avvia sul dispositivo degli utenti, il raffronto tra gli RPI ricavati dalle TEK scaricate e quelli, rilevati nei 14 giorni precedenti, memorizzati all’interno di ciascun dispositivo mobile, al fine di verificare la presenza di un contatto stretto con utenti accertati positivi al Covid-19 (cosiddetto “match”).
Solo se il “contatto” supera una certa “soglia di rischio” (cosiddetta “total risk score”) per durata e vicinanza fra i dispositivi, l’applicativo mostra all’utente un messaggio di allerta sulla possibile esposizione al contagio (c.d. notifica di esposizione) di questo tipo: “Il giorno gg/mm/aaaa sei stato vicino a un caso COVID-19 positivo”.

Il messaggio invita quindi l’utente ad adottare alcune regole di comportamento, nonché a contattare il proprio medico, che a sua volta provvederà a contattare il Dipartimento di prevenzione della Azienda sanitaria locale territorialmente competente.

Ora, a distanza di qualche mese dalla disponibilità, qualcuno esulta per il fallimento dell’app.

Eh si….è stata scaricata “solo” da circa quattro milioni di cittadini, il che significa che non ha nessuna possibilità di incidere sul controllo del Covid-19.

L’App di per sé, al di là delle messe a punto inevitabili come per ogni nuovo prodotto, avrebbe potuto funzionare molto bene. Purtroppo populismo, demagogia, complottismo e sospetti hanno avuto la meglio e quindi si può anche dire che sia stato un fallimento, un totale flop.

Ma è bene tener presente che è avvenuto “non per colpa propria”, ma altrui.


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